Cottarelli, l'uomo CONTRO L'ITALIA che voleva SAVONA

(Napoli)ore 20:06:00 del 02/06/2018 - Categoria: , Denunce, Politica

Cottarelli, l'uomo CONTRO L'ITALIA che voleva SAVONA

L’Italia è vistosamente in subbuglio, dopo la decisione del presidente Mattarella di non consentire la nascita del “governo del cambiamento” bloccando – in modo controverso – la nomina di Paolo Savona, ministro designato all’economia.

L’Italia è vistosamente in subbuglio, dopo la decisione del presidente Mattarella di non consentire la nascita del “governo del cambiamento” bloccando – in modo controverso – la nomina di Paolo Savona, ministro designato all’economia.

In attesa che si chiarisca il profilo giuridico della decisione, da più parti ampiamente contestata (fino alla possibile richiesta di impeachment nei confronti del capo dello Stato), emerge in mille rivoli un sentimento popolare che si sta rivelando maggioritario: l’amarezza per una decisione percepita come una beffa, uno schiaffo alla cosiddetta sovranità popolare. Eloquente lo stesso discorso del presidente della Repubblica dopo il licenziamento di Giuseppe Conte: impossibile nominare un ministro che rischi di irritare i mercati finanziari privati, da cui ormai dipende la finanza pubblica. A questo è ridotta la sovranità democratica, in nome della quale si chiede ai cittadini di partecipare alle elezioni? Di fatto, il capo dello Stato ha compiuto un’azione che secondo molti osservatori non ha precedenti, imponendosi sui partiti eletti nel bocciare un candidato ministro per le sue idee politiche. E come se nulla fosse accaduto, mentre il paese intero si interroga sul proprio destino, un tecnocrate del Fondo Monetario Internazionale accetta con la massima disinvoltura l’incarico di presidente del Consiglio.

Carlo Cottarelli è un autorevole esponente della tecnocrazia neoliberista internazionale, con alle spalle 25 anni di lavoro negli Stati Uniti. E’ un economista rispettato, un uomo sempre misurato nei toni. Cottarelli è perfettamente coerente con la sua Carlo Cottarelliideologia: il neoliberismo è una dottrina economico-finanziaria fondata quasi esclusivamente su un impianto ideologico privo di connotati scientifici.

Lo affermano i maggiori economisti del mondo, Premi Nobel come Paul Krugman e Joseph Stiglitz. In più, il neoliberismo emerge ormai come ideologia fallimentare: l’attuale crisi globale del pianeta certifica nel modo più doloroso l’immane bancarotta, ideologica ed economica, del dogma neoliberale. La sua insincerità più grave?

Fingere che i mercati finanziari possano governare il mondo, come se non esistesse più la funzione pubblica – cioè l’unica realmente sovrana, attraverso l’emissione e il controllo della moneta, come fattore decisivo di qualsiasi equilibrio (commerciale, fiscale, sociale). Molti economisti, come l’italiana Ilaria Bifarini, presumono che il neoliberismo passerà alla storia come la maggiore frode del ‘900. Contro il neoliberismo si sono levate voci autorevolissime, anche in Italia: economisti keynesiani come Federico Caffè, Nino Galloni, Marcello De Cecco, Bruno Amoroso, Alberto Bagnai. Studiosi come Emiliano Brancaccio, Vladimiro Giacchè, Joseph Halevi.

Culture diverse, da quella liberale a quella marxista, pervengono ad un’unica conclusione: il neoliberismo non funziona. Peggiora l’economia e produce ingiustizia: arricchisce l’élite, esaspera i deboli, impoverisce le classi medie. Può un paese come l’Italia, reduce da regolari elezioni democratiche, consentirsi un libero dibattito sul tipo di economia che ritiene più adatto al benessere del sistema-paese? Purtroppo no: non può. Questo, almeno, secondo il presidente della Repubblica – che ha bloccato la nomina di Paolo Savona, ammettendo apertamente il timore che il ministro, una volta in carica, avrebbe messo in discussione alcuni aspetti del meccanismo (neoliberista) dell’Unione Europea, da tutti peraltro stigmatizzato come inadeguato, iniquo, inefficiente. Di Maio e Salvini, clamorosamente fermati sulla soglia del futuro governo, hanno reagito con parole di fuoco: dunque, hanno protestato, dobbiamo arrenderci all’idea che le elezioni sono inutili, dal momento che le decisioni importanti vengono prese fuori dall’Italia e imposte al nostro paese? Nell’immaginario collettivo di milioni di italiani, in questi giorni, spunta la logica del ricatto: esiste quindi una sorta di racket mafioso, al quale l’Italia non ha la forza di ribellarsi? Sono La protesta dei leghistivalutazioni politiche, drasticamente semplificate dal precipitare del profilo istituzionale della crisi, con i suoi inevitabili risvolti anche emotivi. Ma l’elettore medio, che in maggioranza ha votato per i 5 Stelle e per la Lega, come potrebbe comprendere una decisione che priva quei partiti della possibilità di formare il governo a cui avrebbero diritto?

Di fronte alla penosa dissoluzione dell’ex partito di potere, il Pd, rottamato dagli italiani e ignominiosamente silente sui propri errori a tre mesi di distanza dal voto, il presidente Matterella (già esponente di quello stesso partito) si è certamente trovato nella posizione più scomoda, sottoposto – in solitudine – a immaginabili pressioni internazionali.

La sua decisione, secondo Wolfgang Munchau del “Financial Times”, nasce però da un calcolo perdente: la speranza di dividere Di Maio e Salvini, legando quest’ultimo – alle prossime elezioni – al moderato Berlusconi, accondiscendente con i poteri europei che hanno spaventato l’Italia al punto da spingerla a rinunciare al governo “gialloverde”. Al di là degli strascichi anche formali della manovra di palazzo (la possibile richiesta di impeachment), gli italiani nel frattempo assistono allo spettacolo imbarazzante del tecnocrate Cottarelli, che si accinge a gestire la contabilità del paese quasi fosse quella di una salumeria, fingendo di non sapere che la stragrande maggioranza del popolo italiano disapprova la sua presenza a Palazzo Chigi, non legittimata da alcuna espressione elettorale. E’ vero che il neoliberismo tende a gestire gli Stati come salumerie, per poi farne vere e proprie macellerie. Ma Cottarelli non può non sapere che gli elettori italiani lo ritengono una specie di usurpatore, un signore seduto “abusivamente” sulla poltrona che occupa: legittimato sotto l’aspetto legale e tecnico-istituzionale, certo, ma impresentabile sul piano politico.

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Pubblicato da Gerardo

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