Carceri italiane: la piu' grande vergogna del nostro Paese

(Milano)ore 09:01:00 del 12/12/2016 - Categoria: , Cronaca, Denunce, Sociale

Carceri italiane: la piu' grande vergogna del nostro Paese

Le carceri italiane, nel loro complesso, “sono la maggior vergogna del nostro Paese” e  rappresentano “l’esplicazione della vendetta sociale nella forma più atroce che si abbia mai avuta”, come sosteneva Filippo Turati.

Le carceri italiane, nel loro complesso, “sono la maggior vergogna del nostro Paese” e  rappresentano “l’esplicazione della vendetta sociale nella forma più atroce che si abbia mai avuta”, come sosteneva Filippo Turati. E’ la realtà che emerge dal libro “Viaggio nelle carceri”, di Davide La Cara e Antonino Castorina, del movimento Giovani Democratici. “Dentro il pacchetto della giustizia Orlando, riteniamo importante focalizzare l'agenda sul tema delle carceri. Abbiamo chiesto al direttore del quotidiano ‘Il Garantista’, Piero Sansonetti, di promuovere questa discussione, anche sul suo giornale”, commenta Castorina. E l’appello è stato accolto entusiasticamente dal direttore, che dichiara: ” Se non si parla di riforma delle carceri, è inutile parlare di riforma della giustizia. Nel nostro paese, non è mai stato risolto nulla. Solo negli anni ’70, se ne è parlato, perché cominciarono ad esserci delle rivolte. Che aspettiamo? Che i detenuti si ribellino ancora?”.

Il saggio è ricco di contributi da parte di chi, nel corso degli anni, si è battuto per la causa delle carceri e si è interrogato sul senso della loro esistenza, come Rita Bernardini, segretaria dei Radicali Italiani, Roberto Giacchetti, vicepresidente della Camera dei Deputati, l’onorevole Laura Coccia, l’onorevole Enza Bruno Bossio e molti altri. Tante le storie raccolte nel libro, edito da Editori Riuniti Internazionali (EIR), che tracciano il panorama delle carceri italiane - da Rebibbia a Regina Coeli a Roma, da Poggioreale a Napoli a San Pietro a Reggio Calabria, dall’Opg di Barcellona Pozzo di Gotto a il Coroneo di Trieste- disumano e avvilente, dalla cui visita, è nato il progetto del testo, per denunciarne le carenze strutturali.

“Negli istituti ho incontrato molta gente, migliaia di occhi, ma prima di tutto persone con le loro storie, i loro drammi, le loro speranze (…). - racconta l’onorevole Coccia nel libro - . Visitando una sezione sovraffollata, mentre avevo una sensazione opprimente al limite della claustrofobia, ho sentito un urlo ‘Benvenuti allo zoo’: mi si è gelato il sangue”.

Davide La Cara ha visitato il carcere di Rebibbia e, nel libro, si sofferma sulle condizioni di vita dei detenuti: “(…) Nella cella accanto dormono in undici, su una superficie che potrebbe contenerne massimo quattro, hanno risolto installando vecchi letti a castello in legno a tre piani. Vicino c’è una porta che conduce a una sorta di cucina: un mobiletto col cucinino a gas che sta scaldando l’acqua per la pasta, accanto a questa, il lavandino e il water”.

Sono queste le condizioni disumane che hanno portato a varie sanzioni da parte della Corte europea all’Italia, non ultima la sentenza Torreggiani, “che ha giudicato le condizioni dei detenuti una violazione degli standard minimi di vivibilità che determina una situazione di vita degradante”.

Una delle interviste di La Cara, quella a Nobila, madre di Federico Perna - morto a Poggioreale lo scorso anno a causa di un ictus, ma sulle cui cause certe di morte, c’è ancora da fare chiarezza -  pone in luce l’aspetto di totale arbitrarietà, che pure vige nelle carceri. “Federico mi aveva raccontato di aver subito abusi sessuali, da parte delle stesse guardie carcerarie a cui avrebbe dovuto denunciare il fatto (…) Non ho mai capito perché abbia girato 9 carceri in 3 anni. Un ragazzo malato di epatite C e di cirrosi epatica, per quale motivo viene sbattuto da carcere a carcere, per andarsi a prendere altri virus? (…) Federico è morto per le percosse, è stato ammazzato; aveva escoriazioni in tutto il corpo, anche nelle orecchie, e bruciature di sigarette”. E nel testo, in chiusura, compare anche una intervista a Raffaele Sollecito, condannato a 25 anni in primo grado per l’omicidio di Meredith Kercher, a cui è stata annullata, dalla Cassazione e dalla Corte d’assise d’appello di Firenze, l’assoluzione. Dopo ben 7 anni, il suo processo non è ancora terminato, diventando così un caso mediatico: “Chi è abituato a entrare e uscire di prigione, sente una appartenenza a quella struttura. Ci trovano delle regole, delle figure di riferimento, un’educazione che non hanno mai ricevuto. È un mondo a parte (…) Penso che in carcere pesi molto la questione istruzione. Più del 90% di quelli che ho conosciuto durante la mia pena sono quasi analfabeti. Non hanno alcun tipo di educazione”.

Il testo ha visto anche la collaborazione del mondo delle associazioni e del volontariato. La Cara ha infatti intervistato per la stesura del libro,  Paolo Strano, dell’associazione Semi (di) Libertà, che si occupa del reinserimento nel mondo del lavoro dei detenuti degli istituti penitenziari romani, tramite l’attività dei birrai. “Il progetto nasce a Regina Coeli da una mia esperienza nel carcere. In quanto fisioterapista, sono stato mandato lì a svolgere il mio lavoro poiché i detenuti non posso essere trasferiti da noi(..) Dopo la mia esperienza lavorativa, ho deciso di fare qualcosa. (…) fino a due anni fa non sapevo nulla di birra artigianale, ho iniziato ad approfondire e studiare l’argomento. Grazie al Miur, è iniziata la formazione dei detenuti all’Istituto Sereni, che ospita un birrificio. Il tirocinio pratico si svolge invece presso Eataly, dove produciamo birra assieme ad alcuni birrai di Roma”.

Castorina, co-autore del libro, ha svolto la sua ricerca a Reggio Calabria, dove forte, è stato il problema del sovraffollamento:” Il problema del sovraffollamento a Reggio Calabria è stato in parte arginato dalla recente inaugurazione della struttura di Arghillà, ma purtroppo non è stato ancora risolto- commenta la direttrice del carcere, che sostiene pratiche per riabilitare i detenuti- “Può sembrare banale, ma il lavoro nelle carceri è uno strumento obbligatorio per legge (art 20-21-48 dell’ordinamento penitenziario del 1975), è qualcosa che rende il condannato un po’ più ‘libero’ ”.

La collaborazione di Roberto Giacchetti al libro ha fatto emergere una verità importante e inquietante:” Nel carcere non si possono comprare i voti; è per questo che la politica non fa niente per cambiare la situazione”- Ma è importante, secondo il vicepresidente della Camera, assicurare un “dopoilcarcere” ai detentuti, reinserendoli in società, previa, preparazione di quest’ultima, alla loro accoglienza.

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Pubblicato da Sasha

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