Calcio e Mafia: PAROLA A DINO ZOFF

(Torino)ore 18:44:00 del 07/04/2017 - Categoria: , Calcio, Denunce

Calcio e Mafia: PAROLA A DINO ZOFF

Sempre misurato e rispettoso , mai rancoroso per le sconfitte od esaltato per le vittorie. Siamo di fronte ad una persona seria e dignitosa e le sue dimissioni da Ct dopo l'Europeo perso al Golden Gol sono state un atto di grande dignità , di rifiuto all

Sempre misurato e rispettoso , mai rancoroso per le sconfitte od esaltato per le vittorie. Siamo di fronte ad una persona seria e dignitosa e le sue dimissioni da Ct dopo l'Europeo perso al Golden Gol sono state un atto di grande dignità , di rifiuto alla piaggeria ed un sonoro schiaffo in faccia a Berlusconi

In spagnolo lo hanno definito " hombre vertical" che vuol dire uomo coerente che non si piega.

Cicli educativi collaudati dai secoli. Troppo vecchi e complicati! Ora l'antico pudore è sostituito dal gesto, vero glorioso certificato d'esistenza in vita. Non è più necessario riflettere. Tutto è veloce ed eccitante

Serve invece più semplicità. C’è bisogno di ricercare l’essenzialità». Complicato farlo quando non si hanno stabili punti di riferimento. Le squadre hanno delle rose in continuo mutamento «adesso se uno non è esperto di calcio ha difficoltà a riconoscere persino i giocatori della propria squadra. I giocatori hanno contratti a termine, una volta il cartellino era della società, c’era un legame. Tutto questo produce disaffezione».


Il calcio che allo stesso tempo continua ad accomunare generazioni di tifosi, ad appassionare a tutte le latitudini, con i paesi emergenti che riempiono gli stadi e danno vita a nuovi interessi e investimenti. Le risorse economiche e finanziarie si sono fatte globali. Cinesi, arabi investono nei club europei. «Ai tempi dell’avvocato Agnelli il rapporto era diretto. Era uno innamorato del calcio. Quando sono arrivato a Torino venivo dal Napoli e avevo già fatto 19 partite in Nazionale. Mi chiese tutti i dettagli, di ogni centravanti incontrato voleva sapere le caratteristiche offensive», ricorda. Era la Juve della famiglia Agnelli e della Fiat. Parlava italiano. «Non era tanto un investimento, quanto una cosa di cuore, di tifo», sottolinea.
Zoff ci crede ancora in questo gioco. Ma con responsabilità e dignità. Quella dignità messa in discussione da Silvio Berlusconi all’indomani della sconfitta onorevole alla finale dell’Europeo del 2000. «Ho sempre accettato le critiche, ma in quell’occasione mi ha definito “indegno” e io mi sono dimesso. Secondo me se uno ha un piatto di minestra se non ha la dignità, non è un uomo. Diverso è se uno un piatto di minestra non ce l’ha perché in quel caso è sopravvivenza. Sennò anche se hai tutto sei nessuno».
Dimettersi non è stata solo una reazione, ma una scelta di coerenza. Per quella dignità che ha assorbito in una famiglia di contadini, dove le scarpette affondavano nel fango e la palla si faceva pesante. La forza e la voglia di faticare e crescere passava per le uova della nonna preoccupata per la statura di quello che sarà e che rimane il portiere leggenda azzurra. Lui che è partito in salita e all’esordio in A ha subito cinque gol. Dai campi alla città, ma non un emigrato. «Mi sento sradicato. Emigrati sono quelli che non hanno avuto la mia fortuna. Il legame con la mia terra però non è mai stato reciso. Non ricordo di aver mai parlato così a lungo. Forse l’ho fatto perché lei è friulana». Si alza e si avvia verso la porta. «Ariviodisi», arrivederci.

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Pubblicato da Gregorio

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