2 milioni di emigrati dal meridione: la CRISI che spopola il SUD di cui NESSUNO PARLA

(Napoli)ore 07:13:00 del 13/04/2019 - Categoria: , Denunce, Economia, Lavoro

2 milioni di emigrati dal meridione: la CRISI che spopola il SUD di cui NESSUNO PARLA

In un anno sono stati registrati 97mila stranieri in più, ma la popolazione è diminuita di 207mila unità

In un anno sono stati registrati 97mila stranieri in più, ma la popolazione è diminuita di 207mila unità. Il Sud Italia si spopola e cambia l’identità dei suoi residenti, mentre un numero enorme di giovani emigra, spesso per non fare più ritorno. È la fotografia demografica che emerge dalle anticipazioni del Rapporto Svimez 2018 sul Mezzogiorno, in cui una lenta e fragile ripresa non riesce ad arginare il disagio sociale.

Il rapporto rivela che negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883mila residenti: la metà costituita da giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto da laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero. Di questi quasi 800mila non sono tornati.

Un calo dovuto, secondo Svimez (Associazione per lo Sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno), al fatto che ancora oggi al cittadino del Sud, nonostante una pressione fiscale pari se non superiore al resto del Paese per effetto delle addizionali locali, mancano (o sono carenti) diritti fondamentali: in termini di vivibilità dell’ambiente locale, di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura per la persona adulta e per l’infanzia. In particolare, nel comparto socio-assistenziale il ritardo delle regioni meridionali riguarda sia i servizi per l’infanzia che quelli per gli anziani e per i non autosufficienti. E il Sud è meno attrattivo del resto d’Italia per la stessa popolazione immigrata: nel 2017 nel Centro-Nord risiedevano 4 milioni e 272mila stranieri rispetto agli 872mila del Mezzogiorno. Con il risultato che complessivamente il peso demografico di quest’area diminuisce e ora è pari al 34,2%.

Qualche luce emerge dal rapporto, ma resta comunque flebile. Svimez ha certificato per il 2017 un aumento del Pil al Sud dell’1,4%, rispetto allo 0,8% del 2016. Un risultato dovuto al forte recupero del settore manifatturiero (5,8%), in particolare nelle attività legate ai consumi, e, in misura minore, delle costruzioni (1,7%). La crescita è in linea con quella del Centro-Nord, che si è attestata a +1,5%, ma nella «stagione dell’incertezza» rischia una «grande frenata». La crescita dell’economia meridionale nel triennio 2015-2017, infatti, ha solo parzialmente recuperato il patrimonio economico e anche sociale disperso dalla crisi ed è trainata dagli investimenti privati, mentre manca il contributo della spesa pubblica. Anche l’occupazione segna una crescita, ma Svimez la descrive come debole e precaria.

È in questo contesto che al Sud si amplia il disagio sociale. Nel Mezzogiorno si delinea una netta cesura tra dinamica economica che, seppur in rallentamento, ha ripreso a muoversi dopo la crisi, e dinamica sociale, che tende ad escludere una quota crescente di cittadini dal mercato del lavoro, allargando le sacche di povertà e di disagio a nuove fasce della popolazione. Il numero di famiglie meridionali con tutti i componenti in cerca di occupazione è raddoppiato tra il 2010 e il 2018, da 362mila a 600mila (nel Centro-Nord sono 470mila). Il numero di famiglie senza alcun occupato è cresciuto anche nel 2016 e nel 2017, in media del 2% all’anno, nonostante la crescita dell’occupazione complessiva, a conferma del consolidarsi di aree di esclusione all’interno del Mezzogiorno, concentrate prevalentemente nelle grandi periferie urbane. Si tratta di sacche di crescente emarginazione e degrado sociale, che scontano anche la debolezza dei servizi pubblici nelle aree periferiche. Preoccupante inoltre la crescita del fenomeno dei working poors: l’aumento del lavoro a bassa retribuzione, dovuto a complessiva dequalificazione delle occupazioni e all’esplosione del part time involontario, è una delle cause, in particolare nel Mezzogiorno, per cui la crescita occupazionale nella ripresa non è stata in grado di incidere su un quadro di emergenza sociale sempre più allarmante.

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Pubblicato da Carmine

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